Il dovere dei DC non pentiti

I doveri della quarta generazione DC Quelli che come noi sono nati tra il 1940 e il 1950 hanno costituito e costituiscono a tutti gli effetti, la prima generazione della Repubblica. Figli legittimi e destinatari dei principi della Costituzione del 1947, riconfermata dal voto del referendum del 4 Dicembre scorso dal popolo italiano, eredi delle grandi culture politiche che hanno attraversato tutto il secolo scorso. Quelli che come noi decisero di aderire alla Democrazia cristiana, tra la fine ...

I doveri della quarta generazione DC Quelli che come noi sono nati tra il 1940 e il 1950 hanno costituito e costituiscono a tutti gli effetti, la prima generazione della Repubblica. Figli legittimi e destinatari dei principi della Costituzione del 1947, riconfermata dal voto del referendum del 4 Dicembre scorso dal popolo italiano, eredi delle grandi culture politiche che hanno attraversato tutto il secolo scorso. Quelli che come noi decisero di aderire alla Democrazia cristiana, tra la fine degli anni ’50 e la prima metà dei sessanta, hanno costituito e rappresentano la quarta generazione della DC. Quella che conobbe e convisse con alcuni degli esponenti della Prima : De Gasperi, Gonella, Scelba e, soprattutto, della seconda: Fanfani, Moro, Andreotti, Rumor, Donat Cattin, Piccoli, Marcora, Zaccagnini sino ai componenti della terza generazione dei democratici cristiani: Forlani, Galloni, De Mita, Bisaglia, Malfatti, , Granelli, Bodrato. La quarta ed ultima costituisce proprio l’ultima generazione degli ex DC. Una parte significativa di essa giunse, seppur in affanno, a condividere l’ultimo potere gestito dalla balena bianca, insieme alla maggior parte di noi, che non fummo mai partecipi reali di quel potere, ma che, tutti insieme, finimmo miseramente nel crollo della prima repubblica agli inizi degli anni ’90, Questa generazione, la mia, ha vissuto gli ultimi anni dell’egemonia democristiana al tempo dell’avvento del centro sinistra (Fanfani-Moro); quelli del dominio della terza generazione con la gestione e successiva crisi del centro sinistra (Rumor-Colombo-Andreotti-Zaccagnini) e la complessa stagione del pentapartito ( De Mita-Forlani) sino alla sua fine. Insomma abbiamo sperimentato sulla nostra pelle il tempo della crisi e della decadenza sino al harakiri finale con Martinazzoli. Un travagliato periodo nel quale, alcuni di noi seppero porsi da co-protagonisti di un ben triste spettacolo ed altri, la maggior parte come il sottoscritto, da ininfluenti comparse. Seguì la lunga stagione della diaspora (1993-2017) nella quale molti finirono con il collocarsi, più o meno comodamente, tra e nei nuovi partiti a direzione più o meno cesaristica e monocratica della seconda repubblica. Qualcuno a sinistra, nelle mutevoli forme che in quell’area si costituirono i partiti dopo la fine del PCI, dal PDS, DS, Ulivo, Margherita sino all’attuale PD. Qualcun altro a destra, partendo dagli ultimi respiri di AN sino a Forza Italia e al partito del predellino, il Pdl del Cavaliere e successive versioni, dopo le ripetute secessioni intervenute. Chi, infine, in formazioni centriste, quasi tutte con forti connotazioni personalistiche e di diretta ispirazione democratico cristiana: CCD, CDU, UDC, NUDC e altre formazioni minori sedicenti democristiane. Non mancarono nemmeno coloro che si rifugiarono nel disimpegno solipsistico, espressione di una frustrazione regressiva e impotente. Una frantumazione particellare con partitini ridotti a percentuali da prefissi telefonici. Al diverso posizionamento di quei rappresentanti della quarta generazione democratico cristiana, anche l’elettorato già DC finì con lo sbriciolarsi, concentrandosi prevalentemente al Nord, nel centro-destra fra Forza Italia e Lega e al Sud, tra Forza Italia, movimenti centristi, con diverse fughe a sinistra, in netta avanzata in regioni tradizionalmente più bianche come la Puglia, la Campania e la stessa Basilicata. Alla fine, una parte consistente di quegli elettori, specie coloro che appartengono al terzo stato produttivo e ai diversamente tutelati, si sono rifugiati nell’astensionismo o nel voto di protesta a favore del M5S. Gli è che, ovunque si siano collocati, quelli della quarta generazione DC, tranne qualche rarissima eccezione, la condizione prevalente vissuta è stata quella dell’irrilevanza, sino a casi ben noti di acritica sudditanza ai voleri dei capataz di turno. Questi oltre vent’anni della diaspora democristiana sono stati caratterizzati da una sentenza inappellabile della Cassazione ( n.25999 del 23.12.2010), che ha messo la parola fine ai dissensi e alle lotte fratricide dei contendenti, stabilendo inequivocabilmente e senz’altra possibilità di replica che “la DC non è mai morta” da un punto di vista giuridico, non è mai stata sciolta, non ha lasciato eredi, se non quelli cui spettava il diritto dovere di sancirne l’eventuale fine: gli iscritti del 1992, oltre 1 milione duecento mila. I tentativi svolti con la celebrazione del XIX Congresso nazionale della DC (Novembre 2012) con l’elezione di Gianni Fontana alla segreteria nazionale del partito, fallirono per il ricorso di alcuni “zelanti amici” e adesso ci riproviamo, dopo che il tribunale di Roma ha autorizzato l’assemblea dei soci DC che si volgerà all’Hotel Ergife di Roma il 26 Febbraio prossimo. Sono gli ultimi mohicani che, da “ DC non pentiti”, nel 2012 rinnovarono l’adesione al partito. Tutto questo accade, mentre in questi venti quattro anni, sono nate almeno altre due generazioni di giovani e di elettori, che non hanno mai conosciuto la DC o ne hanno sentite solo le interpretazioni fuorvianti e interessate dei laudatori del nuovo regime. Un regime che, nel frattempo, è andato miseramente in default con la fine della seconda repubblica, evidenziato dal passaggio, senza alternativa disponibile, dal legittimo governo eletto di Berlusconi a quello dei tecnici di Monti, sostenuto dal trio Alfano-Bersani-Casini, sino a quelli di Enrico Letta e gli ultimi due di Renzi e Gentiloni, espressione del renzismo ormai declinante e di un parlamento di nominati illegittimi. Ce la faremo noi a concorrere nella traduzione sul piano politico, nella città dell’uomo, degli orientamenti pastorali indicati dalle ultime encicliche sociali? Questa è la sfida che abbiamo davanti. Certo una sfida che non possiamo e non vogliamo affrontare da soli. Come diceva Aldo Moro: “meglio sbagliare tutti insieme che avere ragione da soli”. Ecco perché, esaurita la fase della diaspora e della scomposizione, è tempo della ricerca dell’unità e della ricomposizione di tutti i democratici cristiani “non pentiti” e con essi della più vasta realtà cattolica, popolare e liberale presente nel Paese. Noi che stiamo per compiere gli ultimi passi anche della nostra vita, sentiamo forte il dovere della testimonianza. Guai se venisse meno la nostra Fede e ancor più grave se difettassimo della Speranza. Il peccato maggiore, tuttavia, sarebbe non usare la Carità verso noi stessi e verso gli altri. Penso soprattutto verso i più giovani che nulla sanno, e quel poco magari deformato, di che cosa sia stata la straordinaria esperienza politica della Democrazia Cristiana, partito mai sciolto! Certo servirà partire dalla nostra unità per allargarla a quanto lo straordinario fiume carsico dell’area cattolica sociale, culturale e politica italiana sarà capace di esprimere sul piano della traduzione politico organizzativa, ahimè, sin qui risultata assai modesta. Pur consapevoli delle enormi difficoltà cui andremo incontro nel dialogare con i rappresentanti delle nuove generazioni della seconda e terza repubblica che verrà, quelle generazioni che stanno usando e useranno forme di comunicazione e codici culturali distanti anni luce da quelli normalmente utilizzati da noi, nostro obiettivo è e rimarrà quello di consegnare ad esse il testimone della migliore tradizione politica della Democrazia Cristiana : un partito aperto in grado di ridare una speranza ad un Paese al limite della tenuta istituzionale, sociale, economica e politico territoriale. Ettore Bonalberti Venezia, 27 Febbraio 2017 www.alefpopolaritaliani.it www.insiemeweb.net www.don-chisciotte.net